Natrix Lab

Intolleranze alimentari - metodiche a confronto


INDAGARE LE INTOLLERANZE ALIMENTARI
Il Food Intolerance Test di Natrix e altri test
 
Ciò che differenzia il Food Intolerance Test (F.I.T.) di Natrix dagli altri test per le intolleranze alimentari sono: la metodica di laboratorio utilizzata e le basi biologiche e fisiologiche per cui tale metodica è stata scelta ed applicata.
 
Il F.I.T. è un test immunoenzimatico che sfrutta la metodica ELISA (Enzime-Linked Immunosorbent Assay). La metodica ELISA è standardizzate e altamente ripetibile. Il test consente di valutare in maniera qualitativa e quantitativa gli anticorpi di classe G (IgG) diretti contro antigeni alimentari (fino a 184) eventualmente presenti nel siero del paziente. In particolare il siero del paziente viene dispensato all’interno di pozzetti contenenti ognuno un diverso antigene alimentare. Se nel siero del paziente sono presenti IgG dirette contro quel particolare antigene alimentare esse vi si legheranno formando un complesso. Una colorazione specifica permetterà di evidenziare il complesso. Il grado della colorazione sarà proporzionale alla quantità di anticorpi IgG del paziente diretti verso quel determinato antigene alimentare. Per questo motivo è possibile non solo identificare l’alimento al quale il paziente è intollerante, ma anche dosare l’intolleranza. La metodica ELISA è accettata dalla medicina ufficiale e viene utilizzata in maniera routinaria nei laboratori di analisi per la diagnostica di svariate patologie (virali, immunologiche, ecc..).
Si ritiene che un test di laboratorio sia adeguato alla diagnosi di una determinata patologia quando misura uno o più parametri strettamente correlati con la patologia stessa. Il test deve quindi essere coerente con l’evidenza biologica.
Nel caso delle reazioni avverse agli alimenti mediate da IgG, ad oggi la letteratura scientifica raccoglie svariate pubblicazioni internazionali che correlano una abnorme produzione di IgG dirette verso alcuni antigeni alimentari con una serie di disturbi. Atkinsons et al. 2004; Bernardi et al. 2008; Hofman 1995; Thiel 1991; Whorwell et al. 2004.
 
Per questo motivo il F.I.T. di Natrix è da ritenersi un valido test per intolleranze alimentari, meglio definite come reazioni avverse agli alimenti mediate da IgG.
 
 
Esistono test alternativi per valutare le intolleranze alimentari. Tuttavia, l’impianto concettuale di questi test è discutibile e ampiamente screditato dalla letteratura scientifica Lewith et al. 2001.
 
Il test di citotossicità (o test citotossico o test di Bryan) consiste nel mettere a contatto, su un vetrino, il sangue del paziente con una soluzione contenente l’allergene alimentare. La modificazione dei leucociti (una classe di globuli bianchi), fino alla loro rottura, indotta dal contatto con l’allergene alimentare dovrebbe essere indicativa di intolleranza verso l’alimento. L'American Academy of Allergy and Immunology ritiene il metodo inattendibile nella diagnostica allergologica. Diversi studi controllati, volti a valutare la correlazione fra i risultati del test e le intolleranze ai cibi, hanno riscontrato risultati inattendibili o quanto meno contrastanti. In particolare, non c'è correlazione tra risultati del test e la sintomatologia allergica, e nello stesso paziente test ripetuti danno risultati diversi (scarsa ripetibilità), soprattutto a causa della mancanza di standardizzazione dell’analisi. Inoltre le modificazioni di forma o di dimensione dei globuli bianchi sono verosimilmente da imputarsi a variazioni di pH, temperatura, osmolarità e tempo di incubazione Terr, 2000. Anche una variante automatizzata del test (Alcatest), sebbene abbia risolto il problema della standardizzazione dell’analisi, non ha dimostrato attendibilità diagnostica.
Le prime pubblicazioni che discriminano la metodica citotossica risalgono già agli anni ’50 con Chambers et al. 1958. Ma anche negli anni successivi sono stati pubblicati lavori che screditano questa metodica, Benson e Arkins 1976; Lehman 1980; Stein 1975.
 
Il DRIA è un test kinesiologico per le intolleranze alimentari. Il paziente viene messo a contatto con diversi alimenti con unostrumento viene misurata l'eventuale diminuzione della forza di un muscolo rilevatore: il quadricipite. Il paziente viene fatto sedere su una sedia, con la gamba opportunamente legata e collegata a una cella di carico e a un computer e gli viene chiesto di esercitare una forza pari al 50% della forza massima. In seguito alla somministrazione di un alimento, si misura la caduta della forza: se supera il 10% il test DRIA è positivo. I problemi di questo test sono evidenti, primo fra tutti la non scientificità del metodo. Inoltre è improbabile che un paziente eserciti sempre la stessa forza per un periodo sufficiente a testare decine di alimenti (il test non è ripetibile e non affidabile). Possono subentrare una serie di variabilità, come la stanchezza, che interferiscono sul risultato del test il quale risulta essere ben poco oggettivabile e ripetibile. Per finire è ormai conosciuto che molte intolleranze alimentari non si manifestano immediatamente dopo l'assunzione dell'alimento. Esistono reazioni che si manifestano dopo diversi giorni. Come fanno queste reazioni ad essere evidenziate con il test DRIA?
I test elettrici come l'elettroagopuntura di Voll (EAV), il Bioscreening, il Biostrengt test, il Sarm test, il Moratest e il Vega Test, misurano, lungo i meridiani classici dell'agopuntura cinese una microcorrente elettrica. Il presupposto teorico è che sia possibile leggere i potenziali elettrici cellulari e che dalla loro variazione e dalla rapidità di trasmissione dello stimolo elettrico sia possibile ricavare informazioni circa la funzionalità dei distretti interessati. Sono divenuti popolari a causa della loro semplicità e non invasività. Purtroppo fin dal 2001 è emersa la loro completa inaffidabilità Lewith et al. 2001. In riferimento alle intolleranze alimentari, il principio che una reazione allergica modifichi il potenziale elettrico cutaneo non è mai stato scientificamente dimostrato. Inoltre, ripetendo l'esame più volte sullo stesso paziente, o analizzando in centri diversi il sangue del medesimo prelievo, si possono ottenere risultati del tutto differenti. L’esito dipende in gran parte dall'operatore e dallo strumento utilizzato. La scarsissima ripetibilità è uno dei motivi per i quali questi test per le intolleranze alimentari non sono accettati dalla scienza ufficiale.
 
Il principio del test del capello per le intolleranze alimentari è la biorisonanza. La biorisonanza è un metodo biofisico che si basa sul principio che l'essere umano e gli alimenti emettono onde elettromagnetiche. Gli strumenti utilizzati effettuano una verifica di risonanza tra il campione di capelli e le frequenze che contengono le informazioni spettrali degli alimenti. Non esiste nulla nella letteratura scientifica che validi questa metodica analitica, anzi si ritiene che non sia ripetibile e quindi del tutto inaffidabile e pericolosa se impiegata per la valutazione e la cura delle intolleranze alimentari.
In taluni casi il test del capello viene definito test delle Biointolleranze, in altri Biotricotest. E’ incomprensibile, ma alquanto fantasioso il principio sul quale si basano questi test che effettuano misure piuttosto astratte e poco ripetibili. Si afferma che le intolleranze vengono valutate attraverso la misura di risonanza dei capelli in conseguenza di campi di disturbo enzimatici, chimici o organici. Ma come si possono definire in maniera scientificamente accettabile i campi di disturbo? Cosa sono?
Come è noto nel capello vengono accumulati elementi minerali e metalli, ma anche la misura di questi elementi non può essere messa in relazione con l’intolleranza verso un alimento. E’ pura fantasia e non è sostenuta da alcuna pubblicazione scientifica e non.
 
Il pulse test si basa sull'ipotesi che l’intolleranza alimentare sia in grado di modificare la frequenza cardiaca. Un altro test privo di fondamento scientifico e razionale è quello del riflesso cardiaco-auricolare secondo cui l’alimento viene posto a 1 centimetro dalla cute e la sostanza in questione, se mal tollerata, dovrebbe modificare il battito cardiaco.
   
Dr. Giuseppe Pigoli

 

Il Dott. Giuseppe Pigoli è nato a Cremona nel 1948. E’ Laureato in Medicina e Chirurgia con specializzazione in oncologia ed ematologia clinica e di laboratorio. Nella sua carriera ha frequentato il Montefiore Hospital, University of Pittsburgh, dove ha conseguito il diploma di Research Haematology Fellowship sotto la guida del dott. RK Shadduck. Ha ricoperto per anni incarichi di rilievo presso laboratori di Analisi Chimico-Cliniche presso diverse aziende ospedaliere. Ha partecipato in qualità di relatore a Congressi nazionali ed internazionali. E’ autore di lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali e nazionali. In qualità di autore ha partecipato alla stesura di diversi libri di testo dedicati alla Medicina di Laboratorio editi da UTET.

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