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Anisakis: il parassita intestinale del pesce

Parassiti intestinali: cosa sono e dove si trovano

Il parassitismo è un’interazione biologica fra due organismi di specie diverse, nella quale il parassita trae un vantaggio, in genere correlato al nutrimento e al benessere ambientale, a spese dell’ospite, creando a quest’ultimo un danno biologico.

In particolare il parassita intestinale, fra cui anche l’Anisakis, viene ospitato all’interno dell’apparato digerente, e costituisce un problema tutt’altro che marginale, dal momento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima almeno 3 miliardi di persone affette da parassiti intestinali.

Generalmente i parassiti intestinali colpiscono maggiormente i soggetti immunocompromessi e gli abitanti dei paesi in via di sviluppo a causa delle precarie condizioni igieniche; non è comunque escluso che l’ingestione di cibi contaminati, un viaggio all’estero o una particolare situazione clinica siano all’origine di una infestazione, così come, nei bambini, l’abitudine a portare le mani alla bocca anche quando non correttamente lavate.

In questo articolo parleremo dell’Anisakis, un parassita intestinale che può infestare l’organismo in seguito all’ingestione di pesce crudo contaminato, eventualità sempre meno rara, considerato anche l’incremento del consumo di pesce crudo nei paesi Occidentali dovuto alla moda della cucina giapponese.

Anisakis: cos’è, dove si trova e cosa provoca

anisakis_immagineL’Anisakis è un nematode patogeno per l’uomo: si tratta di un verme dalla forma cilindrica, di colore bianco o rosato, che ha un diametro di circa un millimetro e una lunghezza che varia da 1 a 3 centimetri.

Occorre precisare che il ciclo biologico di Anisakis avviene interamente in mare, con numerosi ospiti intermedi, mentre l’uomo costituisce un ospite occasionale.

In particolare:

  • Nel primo stadio del proprio ciclo vitale, gli Anisakis vivono nello stomaco dei mammiferi marini, e le uova non fecondate vengono rilasciate in mare con le feci dei mammiferi stessi.
  • Le uova di Anisakis maturano nell’acqua, e il secondo stadio è caratterizzato dall’uscita delle larve dalle uova.
  • Le larve vengono ingerite da un ospite intermedio, come ad esempio i crostacei e i cefalopodi che costituiscono il Krill, e in questa fase passano al terzo stadio.
  • Dopo aver mangiato l’Anisakis, il crostaceo viene a sua volta mangiato da un secondo ospite intermedio, come un pesce o un calamaro. Quando l’ospite muore, le larve di Anisakis migrano nel fegato, nelle gonadi, nei tessuti muscolari, e passano da pesce a pesce mediante la predazione.
  • Qui c’è il punto chiave: se il pesce ospite viene mangiato da un mammifero marino, le larve al terzo stadio diventano vermi adulti e il ciclo riprende; se invece il pesce, crudo o non cotto a dovere, viene mangiato dall’uomo, il parassita giunge nell’intestino umano senza completare il proprio ciclo vitale e alla fine muore.

anisakis_acciugheUna volta ingerito pesce contaminato, dopo poche ore insorgono violenti dolori addominali, nausea e vomito, mentre nell’intestino avviene una grave reazione immunitaria granulomatosa con sintomi paragonabili a quelli del morbo di Crohn. Se l’infestazione si protrae, complicanze piuttosto rare possono essere gravi ostruzioni a livello dell’intestino tenue oppure perforazioni intestinali.

Da non sottovalutare il fatto che l’Anisakis può provocare reazioni allergiche che arrivano sino allo shock anafilattico.

Diagnosticare il parassita intestinale

kit_benessere_intestinale_02Le forme croniche di Anisakis sono diverse, e variano anche a seconda della quantità di larve ingerite; inoltre possono coinvolgere altri organi tipo fegato, milza, pancreas, vasi ematici e miocardio, con una sintomatologia di non facile individuazione perché aspecifica e sovrapponibile a quella di molte altre patologie.

L’Inflora Scan di NatrixLab è uno screening completo dello stato di salute dell’intestino: uno strumento essenziale per contribuire a individuare le cause di una serie molto complessa di sintomi come i disturbi intestinali.

Disponibile sia come profilo completo sia come analisi su parametri specifici, in particolare il Parasitology Check è una analisi microbiologica per l’identificazione delle principali specie parassitarie che si trovano nell’intestino.

In caso di sintomatologia riconducibile a disturbi intestinali e in particolare all’infestazione di parassiti, è quindi fortemente consigliato usufruire in un test diagnostico in grado di risalire alla causa di una sintomatologia aspecifica e complessa, per individuare il problema e intraprendere una terapia adeguata, che nel caso dell’Anisakis consiste nella rimozione delle larve mediante intervento chirurgico oppure nel trattamento mediante farmaci a base di albendazolo, che comunque non sempre funziona.

Prevenire il contagio da Anisakis

anisakis_sushiIn Italia, il primo caso di Anisakis è stato riscontrato a Bari nel 1996. Da allora, anche se il Giappone è comunque in testa con circa 2.000 casi l’anno, pari al 90% delle infestazioni censite, si denota un continuo incremento dei casi, soprattutto in seguito al diffondersi della moda di consumare pesce crudo anche in Occidente.

Attenzione però: sushi e sashimi non sono gli unici piatti da mettere sotto accusa, ma anche le preparazioni tipiche di casa nostra con pesce sott’olio, sott’aceto, marinato al limone o sotto sale, che a tutti gli effetti sono crude.

L’Anisakis muore o a temperature superiori ai 60°C, e quindi il pesce consumato cotto è sicuro al 100%, oppure con il congelamento prolungato, vale a dire -35°C per 15 ore, -20°C per 24 ore, -10°C per oltre sette giorni.

Dal punto di vista legislativo, una Circolare del Ministero della Sanità del 1992, ancora in vigore, obbliga chi somministra pesce crudo o in salamoia a utilizzare pesce congelato o a sottoporre a congelamento preventivo (a -20°C per almeno 24 ore) il pesce fresco da somministrare crudo, mentre nel 2004 la Comunità Europea ha esteso l’obbligo di tale pratica a tutti i prodotti ittici da consumare crudi o sottoposti a trattamenti di marinatura e salatura.

Infine, il Ministero della Salute, con Decreto del luglio 2013, ha istituito l’obbligo per le pescherie di comunicare al cliente le avvertenze per la consumazione del prodotto a crudo: deve cioè esporre un apposito cartello indicante che, in caso di consumo a crudo, marinato o non completamente cotto, il prodotto deve essere preventivamente congelato per almeno 96 ore a meno 18 gradi, in congelatore domestico contrassegnato da 3 o più stelle.

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